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Non fu un essere con le corna
né un sussurro venuto da fuori.
Fu una crepa sottile
nell’ordine perfetto delle cose,
un pensiero che si piega su se stesso
e chiede: “perché no?”
Il limite esisteva
prima ancora del desiderio di superarlo,
ma fu proprio quel limite
a generare la fame.
Non era male,
non ancora.
Era coscienza in forma embrionale,
la scoperta che si può scegliere
anche contro ciò che ci contiene.
Il frutto non era proibito:
era inevitabile.
Perché ogni equilibrio immobile
porta in sé
la tensione del suo contrario,
e ogni innocenza inconsapevole
prima o poi
vuole guardarsi allo specchio.
Il cosiddetto tentatore
non offrì il male,
ma la possibilità.
E da quel momento
l’uomo non fu più dentro il mondo:
divenne distanza,
domanda,
frattura.
Fu cacciato, si dice.
Ma forse
fu soltanto costretto
a diventare se stesso.